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Cass. 13875/2017: il socio (di s.p.a.) dissenziente non ha diritto di recesso fino a quando l'assemblea straordinaria delibera la riduzione fino al livello di legge, dei quorum deliberativi, fissati nello statuto ad un livello più alto. Perché si ammetta il diritto di recesso del socio dissenziente, occorre in definitiva che la delibera vada ad impattare senz’altro direttamente, e forse anche indirettamente con il diritto di voto o di partecipazione, non già che genericamente pregiudichi l’azionista, senza che detti diritti siano in alcun modo toccati dalla delibera. nell’espressione «le modificazioni dello statuto concernenti i diritti di voto o di partecipazione» di cui all’art. 2437-quater c.c., non rientra la delibera che ha mutato il quorum per le assemblee straordinarie, riconducendolo alla previsione legale, in quanto essa non comporta una modificazione concernente «i diritti di voto o di partecipazione». Secondo la Corte la disciplina del recesso offre elementi sia letterali che sistematici, che muovono verso un’interpretazione restrittiva della norma ricordata, la quale appare preferibile, in quanto in grado di contemperare la tutela del socio con l’interesse conservativo della società e del patrimonio sociale, consentendo di circoscrivere l'ambito di operatività del recesso in ragione degli effetti disgregativi dell'exit sul capitale sociale e sulla società; diversamente un’interpretazione estensiva della norma finirebbe per riconoscere il diritto di recesso dei soci dissenzienti, di fatto, in tutti gli eventi modificativi dello statuto della società.

La nozione di “diritti di partecipazione”, di cui alla norma innanzi richiamata, secondo i giudici, deve essere riferita solo ai diritti di natura economica, ovvero a quelli di partecipazione agli utili, in quanto, ragionando a contrario la “o” posta tra diritti di voto e partecipazione non avrebbe alcun senso, considerando che i diritti di voto sono sostanzialmente riferiti ai diritti di partecipazione all’amministrazione della società. Ciò consente di escludere che la deliberazione di modificazione del quorum deliberativo per le assemblee straordinarie, adottata in questo caso, possa essere considerata, per i fini del sorgere del diritto di recesso, sotto l’aspetto delle «modificazioni dello statuto concernenti i diritti di partecipazione».

Trib. Milano 4 maggio 2017: Ai fini dell’applicazione dell’art. 2112 c.c., che disciplina il mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimento d’azienda, è sufficiente che il complesso organizzato dei beni dell’impresa sia passato ad un diverso titolare in forza di una vicenda giuridica, anche a prescindere da un rapporto contrattuale diretto tra il cedente e il cessionario, purché ciò si accompagni al passaggio di beni di “non trascurabile entità” e tali da rendere possibile lo svolgimento di una specifica impresa. Tale nozione estensiva di azienda può comprendere anche solo un gruppo di dipendenti stabilmente coordinati ed organizzati tra loro, la cui autonoma capacità operativa sia assicurata dal fatto di essere dotati di un particolare know how ed essere, pertanto, oggetto di cessione (Cass. n. 21917/2013; Cass. n. 15690/2009).

Per contro, ai sensi dell’art. 29, comma 3, D.lgs. 267/2003 (poi modificato per effetto dell’art. 30, comma 1, legge 7 luglio 2016, n. 122) “l’acquisizione del personale già impiegato nell’appalto a seguito di subentro di un nuovo appaltatore, in forza di legge, di contratto collettivo nazionale di lavoro, o di clausola del contratto di appalto, non costituisce trasferimento d’azienda o di parte di azienda”. La norma summenzionata, pertanto, osta alla qualificazione come trasferimento d’azienda della mera assunzione dei lavoratori in caso di mutamento del soggetto appaltatore, in esecuzione di un obbligo previsto dalla contrattazione collettiva, dal contratto o dalla legge. La giurisprudenza ha specificato (Cass. n. 11247/2016) che tale norma va intesa nel senso che la mera assunzione, da parte del subentrante nell’appalto, non integra di per sé trasferimento di azienda ove non si accompagni alla cessione dell’azienda o di un suo ramo autonomo. Spetta alla parte attrice l’ onere di provare una cessione di un ramo d’azienda distinto dall’assunzione di lavoratori già impiegati per l’esecuzione dell’appalto.

Trib. Roma 4 aprile 2017: In caso di scissione societaria parziale ex art. 2506 c.c. i diritti risarcitori sorti prima della scissione e connessi a un bene poi trasferito alla beneficiaria spettano a quest’ultima, tanto più qualora nell’atto di scissione sia previsto, tra gli effetti patrimoniali, che le sopravvenienze attive sui beni trasferiti siano da imputarsi a favore dell’azienda trasferita e quindi della società beneficiaria. In tale contesto trova applicazione, per quanto compatibile, la disciplina in tema di cessione di azienda ex art. 2558 e ss. c.c.
A nulla rileva che, successivamente alla scissione, la società scissa abbia agito in giudizio in nome proprio per la liquidazione del danno nei confronti del terzo obbligato (e.g. la compagnia assicuratrice), poiché l’unica legittimata ad ottenere il risarcimento è la società beneficiaria, la quale ben potrebbe aver conferito mandato per l’azione giudiziale.

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