LA DISCIPLINA DELLA RECIDIVA E NUOVI PROFILI DI ILLEGITTIMITÀ: IL RISCHIO DI UNA PENA SPROPORZIONATA E DI UN GIUDIZIO AUTOMATIZZATO

Corte cost., sent. 17 luglio 2017, n. 205, Pres. Grossi, Rel. Lattanzi

Con la sentenza in epigrafe la Corte Costituzionale si è pronunciata a seguito dell’ordinanza del 29 febbraio 2016 della Corte di appello di Ancona che ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 25, II co. e 27, III co., Cost., questioni di legittimità costituzionale rispetto all’art.69, IV co., c.p., nella parte in cui stabilisce il divieto di prevalenza della circostanza attenuante, di cui all’art. 219, III co., r.d. 16 marzo 1942, n. 267 della c.d. legge fallimentare, sulla recidiva reiterata, prevista dall’art. 99, IV co., c.p.

In essa si riferisce che il Tribunale di Urbino aveva condannato l’imputato C.P., per il reato di bancarotta fraudolenta documentale, alla pena di due anni di reclusione, poiché in qualità di rappresentante legale della C. s.r.l., aveva indicato una giacenza di cassa inesistente e per non aver riportato in contabilità le somme prelevate per il proprio sostentamento. Tuttavia, il giudice di primo grado, avendo considerato il modestissimo, se non inesistete, pregiudizio economico arrecato ai debitori, della modestissima dimensione dell’impresa e del ridottissimo movimento degli affari, aveva riconosciuto all’imputato l’attenuante ad effetto speciale, previsto dall’art. 219, III co., del r.d. n. 267, del 16 marzo 1942 e, concesse le attenuanti generiche equivalenti alla contestata recidiva reiterata, così riducendo la pena prevista. 

Il ragionamento intrapreso dalla Consulta, che qui di seguito approfondiremo, sulla possibilità che una circostanza attenuate possa prevalere sulla recidiva reiterata per evitare squilibri sanzionatori, contrariamente a quanto dispone l’art. 69, IV co., c.p., è stato ripreso da alcune sentenze della Corte Costituzionale, in particolare la n. 105/2014, la 106/2014 e la 74/2016, riguardanti rispettivamente: art. 648, II co., c.p. (ipotesi di particolare tenuità del delitto di ricettazione); art. 609-bis, III co., c.p., (casi di minor gravità per il delitto di violenza sessuale) e art. 73, VII co., c.p., del d.P.R. n. 309/1990 (atteggiamenti collaborativi nei casi di detenzione illegale di stupefacenti, cessione e traffico), pronunce che hanno sottolineato l’eliminazione di uno strumento essenziale per l’equilibrio complessivo, con esiti del tutto irragionevoli, contrari ai principi di uguaglianza e proporzionalità della disciplina.

Il caso, dunque, e ancor di più la pronuncia della Corte che dichiara l’illegittimità costituzionaledell’art. 69, IV co., c.p., ci interessano, poiché aprono una riflessione sull’obbligo e sulla responsabilità che ha il giudice di valutare la gravità del reato, nell’esame delle singole circostanze, al fine di evitare squilibri sanzionatori e sproporzionati effetti della pena, invece che limitarsi solamente all’applicazione, seppur giusta, del dettato presente nelle norme di cui il codice ci dispensa, spesso tendente a quella funzione limitatrice della “discrezionalità giudiziale” che riduce l’operare a semplici “automatismi”, tradendo quei principi di ragionevolezza, proporzionalità e finalità rieducativa della pena a cui l’ordinamento giuridico penale si ispira, motivato dalla Costituzione. Una valutazione non “esasperatamente analitica”, quindi, ma adeguatamente motivata, nel caso di specie, ha fatto si che emergesse un nuovo profilo di illegittimità nella disciplina della recidiva.

Prima di tutto, proprio quei fatti di bancarotta che hanno determinato un danno patrimoniale di particolare tenuità, esprimono una dimensione offensiva la cui effettiva portata è disconosciuta dall’art. 69, IV co., c.p., poiché indirizza l’individuazione della pena concreta verso un abnorme enfatizzazione delle componenti soggettive riconducibili sicuramente alla recidiva reiterata, concentrandosi sui caratteri del reo e i suoi precedenti,ma a discapito delle componenti oggettive del reato. Così facendo il principio di offensività opera solo rispetto alle fattispecie base, ma non tiene di conto di tutti gli istituti che incidono sulla individuazione della pena e sulla sua determinazione finale, riducendo tutto alla medesima cornice edittale, sancendo uno squilibrio tra ruolo dell’offesa e ruolo della presunta pericolosità. (art. 25, III co., Cost.).

In secondo luogo, la Corte censura l’art. 69, IV co., c.p. poiché in manifesto contrasto, come precedentemente accennato, con il principio di proporzionalità della pena (art. 27, III co., Cost.).

Difatti, il divieto legislativo di soccombenza della recidiva reiterata rispetto all’attenuante di cui all’art. 219, III co., del r.d. n. 267 del 1942, impedisce quel necessario adeguamento che governa la complessa attività commisurativa della pena, da parte del giudice, saldando i criteri di determinazione della pena base con il caso di specie, ricco di circostanze. Inoltre, come ci ricorda la giurisprudenza costituzionale, in precedenti pronunce, “nonostante il recidivo sia un soggetto che delinque volontariamente pur dopo aver subito un processo e una condanna per delitto doloso, manifestando l’insufficienza, in chiave dissuasiva, dell’esperienza diretta del sistema sanzionatorio penale, ciò non sottrae allo scrutinio di legittimità costituzionale le singole previsioni (Corte cost., sent. 249/2010, 251/2012, 105/2014). 

Infine, è proprio sulla base di questo scrutinio sulle singole previsioni che il trattamento sanzionatorio palesemente sproporzionato è in contrasto con la finalità rieducativa della pena, oggi un tema molto scottante in ambito penalistico,che implica un costante equilibrio tra quantità e qualità della sanzione, da una parte, e offesa, dall’altra. (Corte cost., sent. 341/1994).

Per tali motivi, la Corte giunge a dichiarare l’illegittimità costituzionale dell’art. 69, IV co., c.p., come sostituito dall’art. 3 della legge 5 dicembre del 2005, n. 251, nella parte in cui prevede il divieto di prevalenza della circostanza attenuante di cui all’art. 219, III co., del r.d. 267 del 16 marzo 1942 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo, dell’amministrazione controllata e della liquidazione coatta amministrativa) sulla recidiva di cui all’art. 99, IV co., c.p., in quanto, per effetto dell’equivalenza tra recidiva reiterata e l’attenuate in questione, l’imputato avrebbe subito un aumento assai superiore a quello specificatamente previsto dall’art. 99, IV co. c.p., che a seconda dei casi è della metà o di due terzi; ciò ha reso evidente il vulnus costituzionale con riferimento ai casi marginali, di minima offensività, quale è quello per cui è processo.

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