Rinunce e transazioni nel rapporto di lavoro subordinato.

Corte di Cassazione - Sezione Lavoro civile - Sentenza n. 24559 del 18 ottobre 2017

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Con la sentenza n. 10306/2014 la Corte di Appello di Roma, in riforma della pronuncia emessa dal Tribunale di Cassino, dichiarava inammissibile la domanda avanzata dal ricorrente nei confronti della società ex datrice di lavoro, diretta ad ottenere la declaratoria di illegittimità del licenziamento collettivo intimato in data 14 ottobre 2008. A fondamento della decisione i giudici di secondo grado ritenevano fondato il motivo di appello relativo alla rinuncia all'impugnazione del recesso rilevando che: a) il lavoratore era stato licenziato con lettera del 14 ottobre 2008; il recesso era stato impugnato con lettera del 31 ottobre 2008; il successivo 23 gennaio 2009 era stata inviata una lettera raccomandata al suo difensore dal seguente tenore: "comunico che per ragioni strettamente personali non intendo più promuovere alcuna azione nei confronti della società ex datrice di lavoro per contestare l'avvenuta cessazione del mio rapporto di lavoro con la stessa; la presente costituisce pertanto revoca del mandato a suo tempo conferitovi e resto in attesa di conoscere se e in quale misura vi debbo per eventuali attività svolte nel mio interesse"; in data 28 ottobre 2009 era stato formalizzato il tentativo di conciliazione finalizzato al giudizio di impugnazione sia del licenziamento collettivo che del contratto a tempo determinato; b) nel caso in esame, l'atto sottoscritto e inviato al legale aveva la sostanza e la forma di un'ordinaria rinuncia, effettuata in una sede non protetta, divenuta irreversibile per la mancata impugnazione nel termine semestrale.

Il ricorrente, per la cassazione della suddetta pronuncia, proponeva ricorso cui la società datrice di lavoro resisteva con controricorso.

La Suprema Corte, rilevando che i motivi di impugnazione attenevano tutti all'interpretazione e alla qualificazione della dichiarazione sottoscritta dal lavoratore, li trattava congiuntamente per la loro connessione logico-giuridica, rilevandone l'infondatezza.

In particolare, la Suprema Corte, richiamandosi al consolidato orientamento sul punto, ha ribadito come la dichiarazione sottoscritta dal lavoratore possa assumere valore di rinuncia o transazione, con riferimento alla prestazione di lavoro subordinato ed alla conclusione dl relativo rapporto, sempre che risulti accertato, sulla base dell'interpretazione del documento, che essa sia stata rilasciata con la consapevolezza di diritti determinati ovvero obiettivamente determinabili e con il cosciente intento di abdicarvi o di transigere sui medesimi. Il relativo accertamento costituisce giudizio di merito, censurabile, in sede di legittimità, soltanto in caso di violazione dei criteri di ermeneutica contrattuale o in presenza di vizi della motivazione.

Orbene, la Corte territoriale, con valutazione fondata su apprezzamenti di fatto e logicamente corretti, attribuendo alla dichiarazione sopra citata la sostanza e la forma di un'ordinaria rinuncia effettuata in una sede non protetta, ha precisato, in primo luogo, che essa aveva ad oggetto diritti disponibili. Non violando, poi, i criteri di ermeneutica negoziale, perchè ha analizzato il dato letterale del testo e ne ha desunto l'intento del soggetto, ha sottolineato che era stata espressa la chiara e consapevole volontà di non volere più contestare l'avvenuta cessazione del rapporto di lavoro.

Infine, non può assumere importanza il comportamento successivo del ricorrente, tenuto dopo lo spirare del termine per impugnare l'atto e, pertanto, non significativo e decisivo, così come non può rilevare il destinatario della dichiarazione perchè, essendo quest'ultima susseguente al conferimento di un mandato difensivo e a questo connessa, è ragionevole che fosse indirizzata al proprio procuratore e non alla controparte.

Alla stregua di quanto esposto il ricorso veniva rigettato.

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