TARICCO-bis

La risposta della Corte di Giustizia alla Corte Costituzionale italiana, tra legalità restaurata e giudice arbitro delle garanzie

 

Care amiche e cari amici,

come avete potuto apprezzare fin dal titolo di questa newsletter, abbiamo pensato di distendere per un attimo i toni della comunicazione per lasciare spazio e tempo a tutto quanto di bello ci aspetta in occasione del Natale e degli altri giorni di Festa.

D'altra parte, ci sembra doveroso richiamare l'attenzione sulla pronuncia "Taricco-bis" resa dalla Corte di Giustizia in sede di rinvio pregiudiziale, su domanda della Corte Costituzionale italiana (ord. 26 gennaio 2017, n. 24).

In sintesi estrema, questi i termini dell'interlocuzione tra il Giudice europeo e la Consulta.

Come è noto, nella sentenza Taricco la Corte di Giustizia ha affermato che "una normativa nazionale in materia di prescrizione del reato come quella stabilita dal combinato disposto dell’articolo 160, ultimo comma, del codice penale (...) e dell’articolo 161 di tale codice (...) è idonea a pregiudicare gli obblighi imposti agli Stati membri dall’articolo 325, paragrafi 1 e 2, TFUE nell’ipotesi in cui detta normativa nazionale impedisca di infliggere sanzioni effettive e dissuasive in un numero considerevole di casi di frode grave che ledono gli interessi finanziari dell’Unione europea, o in cui preveda, per i casi di frode che ledono gli interessi finanziari dello Stato membro interessato, termini di prescrizione più lunghi di quelli previsti per i casi di frode che ledono gli interessi finanziari dell’Unione europea, circostanze che spetta al giudice nazionale verificare". Su queste basi, si giungeva a statuire che "il giudice nazionale è tenuto a dare piena efficacia all’articolo 325, paragrafi 1 e 2, TFUE disapplicando, all’occorrenza, le disposizioni nazionali che abbiano per effetto di impedire allo Stato membro interessato di rispettare gli obblighi impostigli dall’articolo 325, paragrafi 1 e 2, TFUE.".

Intervenendo su rinvio incidentale della Corte di Cassazione e della Corte d’Appello di Milano, la Corte Costituzionale:

- sospendeva il giudizio sulla questione di legittimità costituzionale dell’art. 2 della legge 2 agosto 2008, n. 130 (Ratifica ed esecuzione del Trattato di Lisbona che modifica il Trattato sull’Unione europea e il Trattato che istituisce la Comunità europea), nella parte in cui autorizza alla ratifica e rende esecutivo l’art. 325, paragrafi 1 e 2, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), come interpretato dalla Corte di giustizia nella sentenza Taricco;

- disponeva di "sottoporre alla Corte di giustizia dell’Unione europea, in via pregiudiziale (...) le seguenti questioni di interpretazione dell’art. 325, paragrafi 1 e 2, del medesimo Trattato:

se l’art. 325, paragrafi 1 e 2, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea debba essere interpretato nel senso di imporre al giudice penale di non applicare una normativa nazionale sulla prescrizione che osta in un numero considerevole di casi alla repressione di gravi frodi in danno degli interessi finanziari dell’Unione, ovvero che prevede termini di prescrizione più brevi per frodi che ledono gli interessi finanziari dell’Unione di quelli previsti per le frodi lesive degli interessi finanziari dello Stato, anche quando tale omessa applicazione sia priva di una base legale sufficientemente determinata;

se l’art. 325, paragrafi 1 e 2, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea debba essere interpretato nel senso di imporre al giudice penale di non applicare una normativa nazionale sulla prescrizione che osta in un numero considerevole di casi alla repressione di gravi frodi in danno degli interessi finanziari dell’Unione, ovvero che prevede termini di prescrizione più brevi per frodi che ledono gli interessi finanziari dell’Unione di quelli previsti per le frodi lesive degli interessi finanziari dello Stato, anche quando nell’ordinamento dello Stato membro la prescrizione è parte del diritto penale sostanziale e soggetta al principio di legalità;

se la sentenza della Grande Sezione della Corte di giustizia dell’Unione europea 8 settembre 2015 in causa C-105/14, Taricco, debba essere interpretata nel senso di imporre al giudice penale di non applicare una normativa nazionale sulla prescrizione che osta in un numero considerevole di casi alla repressione di gravi frodi in danno degli interessi finanziari dell’Unione europea, ovvero che prevede termini di prescrizione più brevi per frodi che ledono gli interessi finanziari dell’Unione europea di quelli previsti per le frodi lesive degli interessi finanziari dello Stato, anche quando tale omessa applicazione sia in contrasto con i principi supremi dell’ordine costituzionale dello Stato membro o con i diritti inalienabili della persona riconosciuti dalla Costituzione dello Stato membro".

Ebbene, con la sentenza in epigrafe la Corte di Giustizia aggiusta il tiro rispetto alla prima pronuncia e statuisce che l'interpretazione dell’articolo 325, paragrafi 1 e 2, TFUE dev’essere "nel senso che esso impone al giudice nazionale di disapplicare, nell’ambito di un procedimento penale riguardante reati in materia di imposta sul valore aggiunto, disposizioni interne sulla prescrizione, rientranti nel diritto sostanziale nazionale, che ostino all’inflizione di sanzioni penali effettive e dissuasive in un numero considerevole di casi di frode grave che ledono gli interessi finanziari dell’Unione europea o che prevedano, per i casi di frode grave che ledono tali interessi, termini di prescrizione più brevi di quelli previsti per i casi che ledono gli interessi finanziari dello Stato membro interessato" a meno che "una disapplicazione siffatta comporti una violazione del principio di legalità dei reati e delle pene a causa dell’insufficiente determinatezza della legge applicabile, o dell’applicazione retroattiva di una normativa che impone un regime di punibilità più severo di quello vigente al momento della commissione del reato".

Una "sterzata" a cui la Corte di Giustizia si vede costretta dinanzi alle questioni sollevate dalla Consulta. Ma che ne è dell'assetto tradizionale della legalità penale? La quale, nella conformazione definitasi in seno agli ordinamenti di civil law, appronta una serie di garanzie per l'individuo che, per così dire, precedono il giudizio sul caso concreto e pertanto non hanno bisogno del giudice per dispiegarsi nel singolo procedimento penale.

Insomma, una sentenza che solo in parte rasserena il penalista dai suoi tormenti e che, pure con qualche ripensamento, prosegue nel delineare i connotati della "legalità europea" attorno a un elemento fortemente innovativo nella prospettiva della legalità tradizionale: la centralità assoluta del giudice, non mero applicatore ma vero e proprio arbitro delle garanzie.

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