Per le Sezioni Unite l'art. 131-bis c.p. non è applicabile ai procedimenti di fronte al giudice di pace

Cass. pen., Sez. Un.ud. 22 giugno 2017 - dep. 28 novembre 2017, n. 53683

 

Con la pronuncia in esame le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno statuito in ordine al seguente quesito: “se la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, prevista dall’art. 131-bis cod. pen., sia applicabile nei procedimenti relativi ai reati di competenza del giudice di pace”.

Com’è noto, l’art. 131-bis c.p. è stato introdotto dal legislatore con il d.lgs. 16 marzo 2015, n. 28 per esigenze deflattive, in attuazione del principio di necessità e proporzionalità della sanzione penale, prevedendo così una sorta di potere di “depenalizzazione in concreto” in capo al giudice per quei fatti costituenti reato ma dotati di tenue offensività.

Peraltro, il procedimento di fronte al giudice di pace già conosceva all’art. 34 del d.lgs. 28 agosto 2000, n. 274 uno strumento deflattivo simile, costruito come condizione di procedibilità.

La questione rimessa alle Sezioni Unite, dunque, vedeva contrapposti due orientamenti giurisprudenziali, divergenti nel valutare il rapporto tra le due norme citate.

Per un primo indirizzo, l’art. 131-bis c.p. non avrebbe potuto essere applicato nel procedimento di fronte al giudice di pace, in ragione degli elementi di reciproca distinzione tra la suddetta disposizione e l’art. 34, norma da considerarsi non abrogata dalla novella del 2015. In particolare, veniva esaltata la natura principalmente conciliativa della giurisdizione di pace, espressa in particolar modo dal potere di veto della persona offesa nel perfezionamento della fattispecie non punitiva. Dunque, in applicazione del principio di specialità di cui all’art. 15 c.p., per i casi di concorso apparente tra le due norme, avrebbe trovato applicazione soltanto l’art. 34.

Per un secondo indirizzo, invece, l’art. 131-bis c.p. avrebbe potuto trovare applicazione anche di fronte al giudice di pace, proprio in ragione della diversità contenutistica e strutturale con l’art. 34. Difatti, le due norme si troverebbero non in rapporto di genere a specie e, quindi, l’una potrebbe trovare applicazione in mancanza dei requisiti dell’altra. Con ciò si cercava soprattutto di estendere al massimo le potenzialità deflattive dello strumento codicistico, valorizzando la sua natura sostanziale.

Le Sezioni Unite hanno risolto detto contrasto privilegiando il primo orientamento.

Per un verso, si è osservato che l’art. 131-bis c.p. persegue logiche deflattive generali, ancorate pur sempre alla commissione di un fatto tipico di reato, ma di tenuità tale da non giustificare la punibilità; in tal senso, pertanto, deve essere letta l’assenza di riconoscimento del potere di veto in capo alla persona offesa, situazione che, invece, rimane centrale nella logica conciliativa dello strumento di cui all’art. 34.

D’altra parte, nell’opinione della Cassazione il conflitto tra le due norme non può essere risolto alla luce del criterio di specialità – per la dedotta differenza di presupposti ed effetti – o del principio di necessaria applicazione dell’art. 131-bis c.p. al procedimento davanti al giudice di pace. Più precisamente, infatti, il rapporto tra le due norme è semmai di reciproca “interferenza”.

Maggiormente appropriato risulta, dunque, il riferimento all’art. 16 c.p. che disciplina il rapporto tra codice e leggi speciali, prevedendo che le norme del primo si espandono alle seconde, salvo che in queste sia stabilito diversamente, così da salvaguardarne i connotati specializzanti. Tale confronto, quindi, non riguarda soltanto le singole disposizioni, ma tiene anche conto del rapporto di queste ultime con il sistema di riferimento.

E proprio nel solco tracciato da queste considerazioni, la Corte può concludere che nell’ordinamento del giudice di pace la materia di cui si occupa l’art. 131-bis c.p. è già disciplinata compiutamente dall’art. 34 e, dunque, non vi può trovare applicazione la norma codicistica.

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