SULL’UTILIZZO DELLE PRECEDENTI DICHIARAZIONI DELL’IRREPERIBILE

Corte europea dei diritti dell’uomo, Sez. I, 12 ottobre 2017, Cafagna c. Italia

 

Con la sentenza Cafagna c. Italia, la Corte EDU torna a pronunciarsi sul tema dell’utilizzabilità, ai fini della condanna, delle precedenti dichiarazioni rese dal teste assente.

Nel caso di specie, a seguito di una tentata rapina, la persona offesa sporgeva denuncia-querela nei confronti degli assalitori e procedeva, sempre in centrale e in presenza dell’ufficiale di polizia giudiziaria, al riconoscimento fotografico del ricorrente.

Citato più volte a comparire, l’offeso si presentava ad una sola udienza (peraltro rinviata per l’assenza del pubblico ministero) prima di sparire. All’accusato era quindi preclusa la possibilità di confrontarsi con il proprio accusatore (art. 111, co. 3, Cost.; art. 6, § 3, lett. d) Cedu) e il Giudice decideva sulla base dell’acquisizione ex art. 512 c.p.p. delle precedenti dichiarazioni (i.e. la denuncia-querela), nonché della testimonianza dell’ufficiale di p.g. che le aveva raccolte e che aveva assistito al riconoscimento fotografico. Condannato in primo e secondo grado, il ricorrente soccombeva anche dinanzi alla Corte di Cassazione.

Finalmente, le istanze difensive trovano accoglimento presso la Corte di Strasburgo, la quale ritiene violato l’equo processo per mancato esercizio del diritto al confronto.

A ben vedere, la tematica delle letture, tanto ostica quanto ordinaria per gli operatori pratici, ha subìto negli anni un’evoluzione non sempre lineare, che si ritiene opportuno ricostruire brevissimamente per far comprendere la portata della sentenza in discussione.

Fino al 2011, la giurisprudenza CEDU era costante nel rilevare una violazione dell’art. 6 della Convenzione laddove una condanna si fondasse in modo esclusivo o determinante sulle dichiarazioni rese dal testimone assente (c.d. sole or decisive rule). Con la pronuncia Al-Khawaja e Tahery c. Regno Unito, poi specificata dai successivi arrêts (cfr., fra gli altri, Schatschaschwili c. Germania, 2015), la Corte opera un overruling circa il divieto di impiegare le dichiarazioni accusatorie ai fini della colpevolezza. Si introduce il c.d. “Al-Khawaja test”, ovverosia un accertamento a tre fasi utile a verificare il rispetto, da parte del procedimento penale, dei canoni dell’equità processuale europea.

In particolare, occorre appurare:

1) se la possibilità di interrogare adeguatamente il teste assente sia stata concessa in altra occasione procedimentale (ad esempio durante le indagini preliminari, magari con incidente probatorio) e se tale evenienza possa dirsi giustificata da un “motivo serio”;

2) se l’impossibilità a comparire del teste e, conseguentemente, il mancato confronto in contraddittorio sia imputabile all’autorità giudiziaria o al teste stesso, resosi irreperibile;

3) se il danno subito dalla difesa sia compensato da garanzie procedurali idonee ad assicurare un apprezzamento giudiziale corretto ed equo sull’affidabilità delle precedenti dichiarazioni acquisite.

Per far fronte alle ripetute condanne del nostro Paese per violazione dell’art. 6 § 1 e § 3 (d) Cedu, la giurisprudenza italiana di legittimità è arrivata a riconoscere che «quando l’imputato non [ha] mai avuto la possibilità di interrogare» il proprio accusatore, le dichiarazioni di quest’ultimo devono essere vagliate «congiuntamente ad altri elementi di riscontro» sulla falsariga di quanto dispone l’art. 192, co. 3, c.p.p. (Sez. un., 25.10.2010, De Francesco).

Ancor più specificamente, la Suprema Corte ha ribadito che sono necessarie solide garanzie procedurali valide ad assicurare la complessiva equità processuale (Sez. VI, 13.11.2013, Frangiamore).

La sentenza Cafagna c. Italia, ultimo approdo in materia, «nasce proprio dalla ritrosia da parte della Cassazione ad adeguarsi agli standard imposti dalla Carta di Roma in tema di contraddittorio» (F. Zacché, Ennesima condanna dell’Italia per violazione del diritto al confronto, in Diritto penale contemporaneo, 2 novembre 2017). Nel caso di specie, sommariamente delineato poco sopra, la pronuncia strasburghese applica pianamente l’"Al-Khawaja test”, osservando che:

1) le autorità nazionali non hanno fatto tutto quanto era loro possibile per far sì che il teste fosse presente al processo;

2) le precedenti dichiarazioni dell’assente erano determinanti ai fini della pronuncia di colpevolezza;

3) la lettura dibattimentale, a seguito di acquisizione, non consentiva al giudice di apprezzare e valutare correttamente la credibilità della prova posta a fondamento della condanna.

Considerato che sussiste ancora una parte della giurisprudenza nostrana che si mostra ritrosa nell’applicazione dei dettami sueposti, l’auspicio è che questa nuova pronuncia offra nuova linfa all’orientamento garantista, ricavabile già a partire dall’applicazione delle disposizioni codicistiche e costituzionali del nostro ordinamento.

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