---
---

Cass. Sez. Lav., 19 febbraio 2018

La Corte di Appello di Brescia rigettava l’appello proposto dal Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca avverso la sentenza del Tribunale della stessa città che aveva parzialmente accolto il ricorso di una lavoratrice, la quale, dichiarata inidonea all’insegnamento, veniva privata di ogni mansione e lasciata totalmente inattiva.

Tale condotta, alla luce anche delle conclusioni della CTU, integrava secondo la Corte un’ipotesi di straining, ossia di stress forzato deliberatamente inflitto alla vittima dal superiore gerarchico con obiettivo discriminatorio.

Inoltre la Corte di Appello riteneva, altresì, provato il nesso causale fra le condotte denunciate ed il danno biologico di natura temporanea.

Avverso detta sentenza il MIUR proponeva ricorso per Cassazione e con il primo motivo denunciava violazione e falsa applicazione dell’art. 112 cpc e degli artt. 1218, 2043, 2059, 2087 e 2697 c.c..

Il MIUR, infatti, sosteneva che la Corte non si fosse limitata ad applicare una norma giuridica diversa da quella invocata dalla parte bensì “ha creato una nuova fattispecie a cui ha ricollegato in maniera arbitraria ed apodittica conseguenze proprie di altra fattispecie giuridica”.

Il Ministero sosteneva, altresì, che il cosiddetto straining non costituisse una categoria giuridica ed anche in medicina legale la sua configurabilità fosse molto controversa, sicchè una volta escluse la sistematicità e la reiterazione dei comportamenti vessatori, non vi poteva essere spazio per l’accoglimento della domanda risarcitoria.  

 

La Suprema Corte ha ritenuto infondato il motivo di ricorso ed ha affermato quanto segue: “ non integra violazione dell'art. 112 c.p.c. l'avere utilizzato "la nozione medico-legale dello straining anzichè quella del mobbing" perchè lo straining altro non è se non " una forma attenuata di mobbing nella quale non si riscontra il carattere della continuità delle azioni vessatorie.." azioni che, peraltro, ove si rivelino produttive di danno all'integrità psico-fisica del lavoratore, giustificano la pretesa risarcitoria fondata sull'art. 2087 c.c.;

la responsabilità del datore di lavoro ex art. 2087 c.c. sorge, pertanto, ogniqualvolta l'evento dannoso sia eziologicamente riconducibile ad un comportamento colposo, ossia o all'inadempimento di specifici obblighi legali o contrattuali imposti o al mancato rispetto dei principi generali di correttezza e buona fede, che devono costantemente essere osservati anche nell'esercizio dei diritti; a detti principi di diritto si è correttamente attenuta la Corte territoriale che ha ritenuto sussistente la responsabilità del Ministero in quanto la D.S. era stata oggetto di azioni ostili, puntualmente allegate e provate nel giudizio di primo grado, consistite nella privazione ingiustificata degli strumenti di lavoro, nell'assegnazione di mansioni non compatibili con il suo stato di salute ed infine nella riduzione in una condizione umiliante di totale inoperosità (…)”.

La Cassazione ha pertanto affermato il principio secondo il quale “Lo stress forzato inflitto al lavoratore dal superiore gerarchico configura una forma attenuata di mobbing definita straining, che giustifica la pretesa risarcitoria ex art. 2087 c.c”.