Gli effetti del recesso di un Stato membro dall'UE sull'esecuzione del mandato di arresto europeo

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L'odierna sentenza ha per oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’articolo 267 TFUE, dalla High Court (Alta Corte, Irlanda), sull’interpretazione dell’articolo 50 TUE e della decisione quadro 2002/584/GAI del Consiglio, del 13 giugno 2002, relativa al mandato d’arresto europeo e alle procedure di consegna tra Stati membri (Causa C-327/18 PPU, Sentenza 19 settembre 2018).

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1. Lo svolgimento dei fatti

RO è oggetto di due mandati d’arresto europei emessi dai giudici del Regno Unito all’attenzione dell’Irlanda. Il primo, emesso il 27 gennaio 2016, riguarda un omicidio e un incendio doloso che sarebbero stati commessi il 2 agosto 2015. Il secondo, emesso il 4 maggio 2016, ha ad oggetto una violenza sessuale che sarebbe stata perpetrata il 30 dicembre 2003. Ciascuno di questi fatti è punibile con l’ergastolo. 

RO è stato arrestato e posto in custodia cautelare in Irlanda il 3 febbraio 2016. A partire da tale data, egli rimane in stato di custodia cautelare in detto Stato membro sulla base dei due mandati d’arresto europei adottati nei suoi confronti. 

RO ha addotto motivi di opposizione alla sua consegna al Regno Unito fondati, in particolare, sul recesso di tale Stato dall’Unione europea e sull’articolo 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, asserendo che potrebbe subire trattamenti inumani e degradanti qualora fosse detenuto nel carcere di Maghaberry in Irlanda del Nord. La High Court indica di aver respinto ciascuno dei motivi di opposizione sollevati da RO contro la sua consegna, salvo quelli relativi al recesso del Regno Unito dall’Unione e quello riferito all’articolo 3 della CEDU, ritenendo di non potersi pronunciare al riguardo prima di aver ottenuto la risposta della Corte su varie questioni pregiudiziali. Pertanto, il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se l’articolo 50 TUE debba essere interpretato nel senso che la notifica da parte di uno Stato membro della propria intenzione di recedere dall’Unione ai sensi di tale articolo comporta che, in caso di emissione da parte di tale Stato membro di un mandato d’arresto europeo nei confronti di una persona, lo Stato membro di esecuzione deve rifiutare di eseguire il mandato d’arresto europeo o rinviarne l’esecuzione in attesa che venga chiarito il regime giuridico che sarà applicabile nello Stato membro emittente dopo il suo recesso dall’Unione.

 

2. La pronuncia della Corte

La Corte, tra le varie questioni pregiudiziali, rileva che la questione di fondo da risolvere riguarda se la mera notifica da parte di uno Stato membro della propria intenzione di recedere dall’Unione a norma dell’articolo 50 del TUE sia in grado di giustificare, in forza del diritto dell’Unione, il rifiuto di eseguire un mandato d’arresto europeo emesso da tale Stato membro in ragione del fatto che la persona consegnata non potrebbe più, dopo tale revoca, far valere nello Stato membro emittente i diritti conferitigli dalla decisione quadro e sottoporre al vaglio della Corte la conformità al diritto dell’Unione della loro attuazione ad opera di tale Stato membro. 

A questo proposito, la Corte rileva che una simile notifica non ha l’effetto di sospendere l’applicazione del diritto dell’Unione nello Stato membro che ha notificato la propria intenzione di recedere dall’Unione e che, pertanto, tale diritto, di cui fanno parte le disposizioni della decisione quadro e i principi della fiducia e del riconoscimento reciproci inerenti a quest’ultima, è pienamente vigente in tale Stato fino al suo effettivo recesso dall’Unione. Come emerge, infatti, dai suoi paragrafi 2 e 3, tale articolo 50 prevede una procedura di recesso che comprende, in primo luogo, la notifica al Consiglio europeo dell’intenzione di recedere, in secondo luogo, i negoziati e la conclusione di un accordo volto a definire le modalità del recesso, tenendo conto delle future relazioni tra lo Stato interessato e l’Unione, e, in terzo luogo, il recesso propriamente detto dall’Unione alla data di entrata in vigore del menzionato accordo o, in sua mancanza, due anni dopo la notifica effettuata presso il Consiglio europeo, salvo che quest’ultimo, d’intesa con lo Stato membro interessato, decida all’unanimità di prorogare tale termine. 

Un simile rifiuto di esecuzione del mandato d’arresto europeo equivarrebbe, dunque, a una sospensione unilaterale delle disposizioni della decisione quadro e contrasterebbe, per giunta, con il testo del considerando 10 di quest’ultima, secondo cui spetta al Consiglio europeo constatare una violazione, nello Stato membro emittente, dei principi sanciti all’articolo 2 TUE ai fini della sospensione, nei confronti di tale Stato membro, dell’applicazione del mandato d’arresto europeo (vds. sentenza del 25 luglio 2018, Minister for Justice and Equality, C-216/18 PPU, EU:C:2018:586, punto 71). 

Pertanto, la mera notifica, da parte di uno Stato membro, della propria intenzione di recedere dall’Unione a norma dell’articolo 50 TUE non può essere considerata, in quanto tale, una circostanza eccezionale in grado di giustificare il rifiuto di eseguire un mandato d’arresto europeo emesso da tale Stato membro. 

Tuttavia, afferma la Corte, spetta ancora all’autorità giudiziaria dell’esecuzione esaminare, in esito a una valutazione concreta e precisa del caso di specie, se sussistano ragioni serie e comprovate di ritenere che, dopo il recesso dall’Unione dello Stato membro emittente, la persona oggetto di tale mandato d’arresto rischi di essere privata dei diritti fondamentali e dei diritti derivanti, in sostanza, dagli articoli da 26 a 28 della decisione quadro.

La sentenza integrale si può trovare su www.eur-lex.europa.eu

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