FISSITA’ DELLE PENE ACCESSORIE

LA CORTE COSTITUZIONALE DICHIARA ILLEGITTIME LE PENE ACCESSORIE DELL’ART. 216, ULT. CO., L F.

Corte Cost., Sent. 05/12/2018, n. 222, Pres. Lattanzi, Rel. Viganò

Con la sentenza n. 222 del 2018 la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art 216 ult. comma L. Fall., nella parte in cui dispone che “la condanna per uno dei fatti previsti dal presente articolo importa per la durata di dieci anni l’inabilitazione all’esercizio di una impresa commerciale e l’incapacità per la stessa durata ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa”, anziché prevedere la stessa inabilitazione per una durata “fino a dieci anni”.

La pronuncia in questione si segnala non solo per aver profondamente modificato il sistema sanzionatorio accessorio dei delitti di bancarotta, ma anche per aver chiarito l’ampiezza del sindacato della Corte Costituzionale in punto di proporzione della pena (anche accessoria).

Procedendo con ordine, deve preliminarmente esaminarsi la questione principale affrontata dalla pronuncia e riguardante la fissità delle sanzioni accessorie: l’incidente di costituzionalità era stato promosso con l’ordinanza n. 52613 del 2017 dalla Sezione prima penale della Corte di cassazione, la quale lamentava la dubbia compatibilità costituzionale degli artt. 216 e 223 L. Fall. in relazione agli artt. 3, 4, 41, 27, e 117 Cost. (in riferimento, quest’ultimo, all’art. 8 CEDU).

Il Collegio rimettente, infatti, sottolineava la contrarietà delle pene accessorie fisse con i principi di uguaglianza e ragionevolezza del trattamento sanzionatorio, con la necessaria finalità rieducativa della pena e, più in generale, con l’intero “volto costituzionale” della pena (come delineato da Corte Cost. 50/1980).

Accogliendo le censure mosse dalla Sezione rimettente, la Consulta dichiara che la durata fissa delle pene accessorie dei delitti di bancarotta contrasta con i principi costituzionali di proporzionalità e necessaria individualizzazione del trattamento sanzionatorio.

Per addivenire a tale conclusione la Corte richiama gli insegnamenti della giurisprudenza costituzionale in materia di legittimità delle sanzioni penali. Com’è noto, la determinazione del trattamento sanzionatorio è rimessa alla discrezionalità del legislatore, quale espressione del principio di legalità espresso dall’art. 25 Cost. La riserva di legge in materia penale, infatti, protegge il singolo dall'arbitrio del potere giudiziario, tutelando il bene fondamentale della libertà personale contro i rischi di prevaricazione da parte del giudice, ma lo garantisce anche contro i possibili abusi da parte del potere esecutivo. Premesso ciò, le scelte operate dal legislatore in ambito sanzionatorio, possono essere sindacate nel merito dalla Corte Costituzionale solo laddove essa appaia manifestamente irragionevole; tale carattere, ricordano i giudici, si ravvisa qualora la comminatoria edittale sia assolutamente sproporzionata rispetto alla gravità del fatto oggetto d’incriminazione, così da rendere tali pene inidonee a svolgere la funzione di rieducazione (traducendosi, pertanto, in violazioni degli artt. 3 e 27 della Costituzione).

L’ordinario strumento utilizzato dal legislatore per evitare tale sproporzione, e la conseguente declaratoria di incostituzionalità, è la previsione di una cornice edittale compresa tra un minimo ed un massimo sanzionatorio, all’interno del quale il giudice è libero di muoversi sulla base degli indici di cui all’art. 133 c.p., al fine di determinare il quantum di pena maggiormente rispondente alla concreta gravità del fatto di reato. Lo strumento della commisurazione, infatti, permettendo al giudice di adattare la sanzione sia alla gravità del fatto che alla personalità del condannato, consente di ottenere un trattamento sanzionatorio realmente individualizzato, e rispettoso dei canoni di rieducazione e di personalità della sanzione.

Dunque, essendo quella della “mobilità”  e dell’”individualizzazione” la regola generale in tema di trattamento sanzionatorio, ogni pena determinata in modo fisso è per ciò solo indiziata di incostituzionalità.

Difatti, fin dalla pronuncia n. 50/1980, la Corte Costituzionale ha affermato che “in linea di principio, previsioni sanzionatorie rigide non appaiono in linea con il ‘volto costituzionale’ del sistema penale; ed il dubbio di illegittimità costituzionale potrà essere, caso per caso, superato a condizione che, per la natura dell’illecito sanzionatorio e per la misura della sanzione prevista, quest’ultima appaia ragionevolmente ‘proporzionata’ rispetto all’intera gamma di comportamenti riconducibili allo specifico tipo di reato”. In tal senso infatti, potranno sfuggire al dubbio di incostituzionalità quelle sanzioni, che pur essendo previste in misura fissa, sono comminate per sanzionare reati non graduabili, cioè reati che, per la loro struttura, sono da considerarsi sempre espressivi di una medesima gravità, tale per cui la sanzione fissa appaia sempre in concreto proporzionata.

Una volta ripercorsi i principi generali in tema di trattamento sanzionatorio, la Consulta passa ad applicarli al caso concreto, al fine di valutarne la compatibilità costituzionale.

In primo luogo, la Corte sottolinea il carattere fortemente afflittivo delle sanzioni accessorie previste dall’ultimo comma dell’art. 216 L. Fall, che incidono in modo particolarmente limitativo su alcuni diritti fondamentali del condannato, riducendogli la possibilità di svolgere alcune attività lavorative per un periodo di tempo molto lungo e destinato dopo l’integrale esecuzione della condanna principale. Conseguenze sanzionatorie così gravi, se risultano sicuramente proporzionate rispetto a condanne per le ipotesi più gravi di bancarotta fraudolenta (propria e societaria) – che prevedono pene fino a dieci anni di reclusione, aumentabili di un terzo o della metà per i casi aggravati ai sensi dell’art. 219 L. Fall. – non risultano “ragionevolmente proporzionate” con riferimento all’intera gamma di comportamenti sussumibili sotto tale fattispecie.

Del resto, l’art 216 L. Fall. richiama una serie di fattispecie che si connotano, già a livello astratto, per un differente disvalore, come confermato dai relativi quadri sanzionatori previsti dal legislatore. Inoltre, anche all’interno della singola fattispecie, la gamma di fatti concretamente sussumibili possono in concreto essere più o meno gravi, anche in ragione del grado di frustrazione delle ragioni creditorie quale conseguenza del reato. Pertanto, un’unica e indifferenziata durata delle pene accessorie determinata in dieci anni, quale che sia la qualificazione astratta del reato configurato, restando altresì insensibile all’eventuale sussistenza di circostanze attenuanti o aggravanti applicabili, non può che generare risposte sanzionatorie manifestamente sproporzionate per eccesso rispetto ai fatti di bancarotta meno gravi e apparire distonica rispetto al menzionato principio dell’individualizzazione del trattamento sanzionatorio.

Raggiunta la consapevolezza del vulnus che tale normativa arreca ai principi costituzionali, la Corte si interroga sulla possibilità di porvi rimedio, tenendo a mente che il secondo comma dell’art. 25 Cost. riserva al solo legislatore le scelte in materia di trattamento sanzionatorio di fatti costituenti reato.

Nel fare ciò, nondimeno, si riporta a quanto statuito dalla giurisprudenza costituzionale in materia di sindacato sulla misura delle pene, ben rappresentata dalla recente sentenza n. 236/2016, nella quale la Consulta ha avuto modo di sottolineare che se il trattamento sanzionatorio previsto dal legislatore risulta manifestamente irragionevole a causa della sproporzione rispetto alla gravità del fatto, essa può operare un intervento correttivo, a condizione che il trattamento sanzionatorio possa essere sostituito “sulla base di precisi punti di riferimento, già rinvenibili nell’ordinamento” e cioè “soluzioni già esistenti, idonee a eliminare o ridurre la manifesta irragionevolezza lamentata”.

In applicazione di tali criteri, da ultimo, la Corte vaglia se all’interno del sistema di reati fallimentari possano rinvenirsi precisi punti di riferimento che consentano di individuare un trattamento sanzionatorio che possa sostituirsi in modo immediato a quello dichiarato illegittimo.

A differenza di quanto proposto dall’ordinanza di rimessione, che avanzava la possibilità di allineare la durata della pena accessoria a quella della pena principale concretamente inflitta, i giudici di legittimità, negando la possibilità di qualsiasi automatismo sulla durata delle pene accessorie, preferiscono una diversa soluzione, offerta dallo stesso sistema della legge fallimentare.

Le disposizioni di cui agli artt. 217 e 218 L. Fall, che incriminano rispettivamente la “Bancarotta semplice” e il “Ricorso abusivo al credito”, prevedono infatti le medesime pene accessorie contemplate dall’art 216 ma dispongono che la loro durata sia discrezionalmente stabilita dal giudice fino ad un massimo determinato dalla legge. E dunque, secondo la Corte Costituzionale, la medesima logica, già presente nel sistema, può essere trasporta con riferimento all’articolo 216 della legge fallimentare.

Tale soluzione consentirà al giudice di determinare, valutando caso per caso e con valutazione disgiunta rispetto a quella che presiede alla commisurazione della pena principale, la durata delle pene accessorie previste dalla disposizione censurata; tale durata potrà anche risultare, in concreto, maggiore rispetto a quella della pena detentiva inflitta, in considerazione della diversa afflittività e diversa finalità che caratterizzano le pene accessorie rispetto alla pena detentiva. La stesse diversità suggeriscono, nell’ottica di una piena attuazione dei principi costituzionali, una determinazione giudiziale autonoma delle due tipologie di pene.

Si ringrazia la Dott.ssa Clementina Colucci per il contributo alla presente Newsletter

---