UNA RECENTE PRONUNCIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE SULL'APPROPRIAZIONE INDEBITA D'SUO

Cass. pen., Sez. II, sentenza 06 febbraio 2019, n. 24471, Pres. Gallo D., Rel. Verga G.

Introduzione

Risulta discussa la configurabilità dell'appropriazione d'uso, che si ha quando la cosa viene utilizzata in modo diverso rispetto all'uso consentito in base al titolo del possesso. L'opinione dominante ritiene, infatti, che l'appropriazione indebita non possa sussistere perché l'uso diverso del bene non indica l'intenzione di appropriarsi della cosa stessa; inoltre, il legislatore non ha previsto alcuna fattispecie di appropriazione d'uso come invece è accaduto in relazione al furto ai sensi dell'art. 626 c.p..

Il caso all'esame della Suprema Corte

Nel caso all'esame della Suprema Corte, l'imputato ricorreva avverso una sentenza della Corte di Appello di Brescia che, ritenendolo responsabile per aver prestato ad altro soggetto, all'insaputa del proprietario suo datore di lavoro, il veicolo del quale egli aveva il comodato d'uso gratuito, lo condannava per il delitto di cui all'art. 646 c.p.. Infatti, ad avviso del Giudice di secondo grado, l'imputato si sarebbe determinato a compiere un atto uti dominus integrando la condotta richiesta dal 646 c.p., poiché, dopo aver ricevuto il veicolo in comodato per motivi di lavoro, lo avrebbe prestato a terzi incompatibilmente con il titolo e le ragioni del suo possesso.

In tema di appropriazione indebita d'uso si sono formati differenti orientamenti giurisprudenziali.

Secondo un primo orientamento, più risalente nel tempo, l'appropriazione indebita d'uso non costituirebbe reato non essendo stato previsto come tale dal legislatore:

• l'uso come qualsiasi profitto che si ricavi illegittimamente dalla cosa posseduta, non può essere considerato sufficiente ad integrare l'estremo obiettivo del delitto, potendo casomai essere considerato un elemento di prova dell'avvenuta appropriazione;

• all'atto materiale deve accompagnarsi la manifestazione della volontà del soggetto attivo, sia essa implicita o esplicita, di tenere la cosa come propria;

• l'elemento centrale è costituito dall'inversione del possesso: da possesso per conto altrui in possesso per conto proprio.

 Ad avviso del secondo orientamento, l'uso della cosa costituirebbe una modalità di esercizio del diritto di proprietà (v. Cass. Pen., Sez. III, n. 3445/1995):

• è possibile l'appropriazione indebita di uso quando il godimento della cosa costituisca un modo per esercitare il dominio sulla res e l''agente si comporta verso di essa tenendo una condotta inconciliabile con l'altrui maggiore diritto;

• l'uso si concretizza in atti di signoria assoluta sulla cosa o, in un'alterazione della stessa che ne diminuisce in maniera rilevante il valore economico. L'uso della res diventa così una modalità alternativa al conseguimento dell'impossessamento;

• l'utilizzo, atteso il titolo del possesso, non era assolutamente consentito.

In conclusione, la seconda Sezione della Corte di Cassazione, dopo aver ripercorso i tratti essenziali dei due orientamenti giurisprudenziali, conferma di aderire al secondo orientamento, in conformità con la precedente pronuncia, Sez. II, n. 47665 del 2009.

A tal riguardo, il Collegio rileva che ciò che conta ai fini dell'integrazione del reato di cui al 646 c.p., consiste nel fatto che l'uso del bene deve essere avvenuto trascendendo completamente i limiti del titolo che ne giustificavano il possesso. L'atto posto in essere deve dunque comportare un impossessamento che può anche essere di natura temporanea, purché in grado di determinare l'interversione del possesso.

In tal senso anche Cass. Pen., Sez. II, n. 44650/2015 "La diversa giurisprudenza, che fonda sulla considerazione che nella semplice appropriazione indebita d'uso mancherebbe l'elemento essenziale dell'interversione del possesso in dominio, non tiene in debita considerazione che l'utilizzo della res è già di per sé espressione del dominio sulla res e pertanto, l'uso non autorizzato è appunto manifestazione di quell'interversione del rapporto giuridico con la res".

Per completezza sull'argomento, si segnala anche un terzo orientamento, che non costituisce oggetto di trattazione della sentenza che qui ci interessa, quanto, piuttosto, nella pronuncia sovra citata (v. Cass. Pen., Sez. V, n. 39206/2015), nella quale viene sottolineato come, in alcune circostanze, l'appropriazione indebita d'uso sia confluita all'interno della fattispecie di cui all'art. 624 c.p..

La Suprema Corte rilevava, nella sovra indicata pronuncia, che l'elemento distintivo tra le due fattispecie fosse rappresentato dal potere o, meglio, da un'indagine sul potere di disponibilità sul bene da parte dell'agente. Di conseguenza, l'appropriazione indebita verrebbe integrata nei casi di mancato rispetto dei limiti di utilizzabilità del bene, mentre si riterrebbe integrato il delitto di cui all'art. 624 c.p., qualora l'agente non disponesse autonomamente della cosa (sull'argomento v. Cass. Pen., Sez. V, n. 2032/1997).

 

Si ringrazia  il Socio Arianna Morrocchesi per il contributo alla presente newsletter