DIRITTO DI SOTTOSCRIZIONE E DECISIONI SULL'EROGAZIONE DI PRESTITI NELLE S.R.L.: TRIBUNALE DI MILANO.

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Tribunale di Milano 23 settembre 2016: tale pronuncia afferma che, nel caso di azzeramento del capitale sociale per perdite e contestuale aumento dello stesso, non integra gli estremi della “simulazione assoluta” la dichiarazione di rinuncia da parte del socio del proprio diritto di opzione finalizzata a sottrarre la partecipazione sociale alle pretese dei propri creditori personali.

In tale fattispecie, infatti, detto Tribunale non ritiene ravvisabile alcuna discordanza tra la volontà espressa nella rinuncia e l’intento perseguito dal socio-debitore, giacchè proprio alla dichiarazione di rinuncia (o comunque al “fatto” della mancata sottoscrizione dell’aumento di capitale) segue automaticamente l’effettiva perdita della partecipazione sociale, con la conseguente impossibilità per i creditori di aggredire il relativo cespite.

Di converso, integra gli estremi della “simulazione relativa per interposizione fittizia” la dichiarazione di rinuncia al diritto d’opzione espressa da un socio e volta non già a dismettere la partecipazione, ma solo ad occultarne agli occhi dei terzi la persistente disponibilità in capo allo stesso.

Ciò posto, deve essere esclusa in diritto la possibilità di configurare una simulazione dell’intera operazione di aumento di capitale deliberato dalla società (conf. Cass. Civ. n. 17467/13).

Ai fini della declaratoria di inefficacia ex art. 2901 c.c. della rinuncia del diritto di opzione su operazioni sul capitale sociale, è necessario che l’attore provi che l’opzione costituisce un bene in sé, dotato di autonomo valore di mercato. A tal proposito, quindi, si deve tener conto non solo di eventuali limiti statutari alla libera circolazione della quota che incidono anche sulla trasferibilità del diritto di opzione, ma si deve altresì valutare la sussistenza, in fatto, di un concreto valore di mercato dello specifico bene di cui si discute, giacchè solo in tale ipotesi la relativa rinuncia potrebbe arrecare un effettivo pregiudizio alle ragioni creditorie.

Si conclude, infine, affermando che deve escludersi, in via generale ed astratta, che la mera titolarità di una quota di partecipazione al capitale di una società di capitali (ossia la qualità di “socio”) possa conferire la legittimazione ad agire in giudizio per tutelare - ex art. 2901 c.c. -diritti di credito propri della società. L’eventuale sussistenza di ragioni di credito nei confronti del debitore convenuto integra un titolo di legittimazione “in proprio” e non già in qualità di “socio” (nel caso di specie la società risultava creditrice nei confronti dell’ex amministratore per i danni dallo stesso cagionati nel corso del mandato e per i quali era stato condannato a risarcire la società e non direttamente il singolo socio).

 

Tribunale di Milano 1 giugno 2016: detta sentenza statuisce che la decisione presa dall’assemblea di finanziare l’esercizio dell’attività d’impresa attraverso l’erogazione da parte dei soci di somme concesse alla società a titolo di prestito (rectius: mutuo) non può costituire fonte di alcuna obbligazione per i soci, tenuti ex lege soltanto a effettuare i conferimenti previsti per la costituzione del capitale sociale iniziale.

Inoltre, il socio di una s.r.l. non è legittimato ad agire in giudizio per ottenere la condanna di un altro socio all’adempimento di un’obbligazione assunta da quest’ultimo nei confronti della società, se non nei modi e nei limiti di cui all’art. 2900 c.c. L’aver illegittimamente imputato somme erogate da alcuni soci a titolo di prestito a copertura di perdite sul capitale sociale, facendo così gravare queste ultime esclusivamente sui soci creditori costituisce - ex art. 2487, ultimo comma, c.c. - una giusta causa di revoca del liquidatore (già amministratore) della società, determinando il venir meno della fiducia dei soci nella correttezza del suo operato.

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