LA CASSAZIONE SUI LIMITI ALL'OBBLIGO DI DEPOSITO DELLE LISTE TESTIMONIALI

Cass. pen., Sez. V, 4 ottobre 2016 (ud. 14  aprile 2016), n. 41662, Pres. Bruno, Rel. Micheli

 

La Suprema Corte di Cassazione si è pronunciata in merito alla decisione del Giudice di pace di Padova che dichiarava inammissibile la richiesta di prova contraria della difesa in assenza di un previo deposito delle liste testimoniali ai sensi dell’art. 468, comma 1, c.p.p. In particolare, il Giudice de quo assumeva che tale facoltà era riservata unicamente alle parti che già avessero presentato una lista a prova diretta.

Com’è noto, la norma in esame prescrive la necessità di presentare la lista delle prove dichiarative che si intendono escutere entro sette giorni (liberi) dall’udienza dibattimentale e, al quarto comma, si limita a statuire che «in relazione alle circostanze indicate nelle liste, ciascuna parte può chiedere la citazione a prova contraria di testimoni, periti e consulenti tecnici non compresi nella propria lista, ovvero presentarli al dibattimento».

La V sezione della Cassazione, per risolvere la quaestio, passa in rassegna i due opposti orientamenti giurisprudenziali formatisi sul punto.

1) Ai sensi di una prima lettura della norma in parola, coerente con la soluzione proposta dal giudice di primo grado, solo chi ha proposto la lista nei termini può altresì chiedere la citazione a prova contraria di altri dichiaranti. In altri termini, chi non ha adempiuto quanto disposto dall’art. 468, comma 1, c.p.p. non può che rimettersi al potere del giudice ex art. 507 c.p.p. (Cass., Sez. VI, n. 17222/2010, Martelli, Rv n. 246998).

2) Un secondo approccio ermeneutico, invece, ammette la proponibilità delle prove a discarico focalizzando la propria attenzione sul termine perentorio di sette giorni. Tale limitazione temporale, essendo prevista esclusivamente per la presentazione delle liste testimoniali, renderebbe ammissibili quelle contrarie anche laddove fosse decorso il termine per presentare la c.d. “lista diretta” (Cass., Sez. V, n. 2815/2014, Cambi, Rv n. 258878 e Cass., Sez. III, n. 15368/2010, Arseni, Rv n. 246613).

Alla luce dei due diversi orientamenti esegetici appena esposti, gli Ermellini aderiscono alla seconda soluzione interpretativa.

Sotto il profilo letterale, la propedeuticità della presentazione della c.d. “lista diretta” al potere di indicare testimoni a prova contraria non trova alcun riscontro nel disposto dell’art. 468 c.p.p. Tale norma, semmai, prescrive la necessità che vi sia almeno la lista testimoniale di controparte. Infatti, solo in questo caso è possibile specificare limitatamente a quali circostanze si intende chiedere di essere ammessi alla prova contraria. Inoltre, a tale proposito, la Suprema Corte precisa che una testimonianza a prova contrarianon costituisce ex se integrazione delle prove eventualmente chieste in via diretta.

Sotto il profilo ontologico, i Giudici di legittimità ritengono che la necessità di sentire un dichiarante su certi fatti non comporta automaticamente l’esigenza di inserirlo nella propria “lista testi” ex art. 468, comma 1, c.p.p. Proprio con stretta attinenza a quest’ultimo aspetto, la Corte fissa il principio di diritto per cui «ove si intenda sollecitare l’audizione di un testimone su temi specifici, se ne dovrà inserire il nominativo in una lista da presentare ex art. 468 comma 1, c.p.p., qualora si abbia solo interesse a dedurre in senso contrario rispetto alle circostanze introdotte dalle altre parti, anche attendendone le determinazioni in ordine alle richieste istruttorie, l'istanza di escussione del medesimo ben potrà provenire da chi non abbia curato liste di sorta».

Evidentemente, la Suprema Corte valorizza in primo luogo quanto disposto dall’art. 24, comma 2, Cost., cioè il diritto di difendersi in ogni stato e grado del procedimento nella maniera ritenuta più opportuna.

Non solo, perché la Cassazione sembra operare richiamo anche agli artt. 27 e 111, comma 3, Cost. La prima disposizione, infatti, pone l’onere probatorio a carico del pubblico ministero, sancendo, di fatto, un mero interesse dell’imputato a far sorgere nel giudice un ragionevole dubbio sulla ricostruzione fornita dall’accusa. Nella sentenza in esame, infatti, si legge che «pretendere che sui medesimi temi di prova i testimoni vengano di regola indicati già a prova diretta significa invertire l'ordine logico delle prove e l'onere delle prove tra le parti […]». 

Peraltro, una soluzione diversa rispetto a quella prospettata violerebbe il principio del contraddittorio ed in particolare la facoltà, riconosciuta all’imputato, «di interrogare o di far interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico, di ottenere la convocazione e l’interrogazione di persone a sua difesa nelle stesse condizioni dell’accusa e l’acquisizione di ogni altro mezzo di prova a suo favore».

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