ERGASTOLO OSTATIVO

LA CEDU CONDANNA L'ORDINAMENTO PENITENZIARIO ITALIANO

Sentenza Corte Europea dei Diritti dell'Uomo del 13 giugno 2019 - 7 ottobre 2019 (def.) - Ricorso n. 77633/16 - Causa Viola contro Italia

Con la decisione del 13 giugno 2019, n. 77633/16, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha ordinato allo Stato italiano di eliminare l’ergastolo ostativo.

Il caso di specie riguarda Marcello Viola, il quale all’epoca del ricorso era rinchiuso nel carcere di Sulmona per essere coinvolto negli eventi che video contrapporsi la cosca Radicena e la cosca Iatrinoli, dall’inizio degli anni 80 fino all’ottobre del 1996. Tali eventi in particolare afferivano ai reati di associazione mafiosa, omicidio, sequestro di persona e possesso illegale di armi.

Viola M., che si trova in regime di 41 bis dal 2000, si era visto respingere le istanze volte ad ottenere i benefici penitenziari, quali permessi premio e libertà condizionale, poiché nonostante i rapporti dell’osservazione all’interno del carcere evidenziassero la buona condotta e un cambio positivo della sua personalità, non era stata accertata la collaborazione con la giustizia. Difatti, la norma contestata subordina l’applicazione dei benefici solo nei casi in cui detenuti e internati collaborino con la giustizia, per tale motivo si è qualificato l’ergastolo come ostativo.

Bene, prima di esporre l’analisi giuridica dell’istituto nel diritto europeo, la Corte ha dato conto dei precedenti in materia di pene dell’ergastolo, di reinserimento e di liberazione condizionale, ritenendoli stati esposti dettagliatamente nella Sentenza Vinter e, più recentemente, nelle Sentenze Murray e Hutchinson contro regno Unito.

 Nel merito, il ricorrente ha affermato che, per non andare contro la propria intima convinzione e per non dover subire reazioni violente da parte dei suoi ex associati, egli ha deciso di non collaborare con la giustizia. Su questo aspetto è opportuno ricordare, infatti, che spesso il motivo principale del rifiuto di collaborare con la giustizia consisterebbe nel timore per detenuti condannati per reati di stampo mafioso di mettere in pericolo la loro vita o quella dei loro famigliari.

La Corte, pertanto, e ci sentiamo di aderirvi, ne deduce che la mancanza di collaborazione non può essere sempre e incondizionatamente imputata ad una scelta libera e volontaria, né giustificata soltanto dalla persistenza dell’adesione ai valori criminali e al mantenimento di legami con il gruppo di appartenenza. Ciò è stato confermato e riconosciuto dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 306 dell’11 giugno 1993, nella quale detta Corte ha affermato che l’assenza di collaborazione non indicava necessariamente il mantenimento di legami con l’organizzazione mafiosa.

Ma vi è di più.

La Corte Suprema di Cassazione, analogamente a quanto ha fatto la Corte Costituzionale in questa stessa sentenza osserva che ci si potrebbe ragionevolmente trovare di fronte alla situazione in cui il condannato collabora sì con l’autorità, ma tuttavia senza che il suo comportamento rispecchi una effettiva correzione da parte sua o la sua dissociazione effettiva dall’ambiente criminale, potendo l’interessato agire al solo scopo di ottenere i vantaggi previsti dalla legge. 

In conclusione, dunque, la Corte ha rammentato che la dignità umana, al centro del sistema messo in atto dalla Convenzione, impedisce di privare una persona in maniera coercitiva senza operare nel contempo per il suo reinserimento e senza fornirgli una possibilità di recuperare un giorno tale libertà, rendendo la pena solo afflittiva per il reo. Per cui, all’esito, la Corte ha considerato che la pena dell’ergastolo inflitta al ricorrente, in applicazione dell’art. 4 bis della legge sull’ordinamento penitenziario, detta ergastolo ostativo, limiti eccessivamente la prospettiva di liberazione dell’interessato e la possibilità di un riesame sulla pena.

Tale pena perpetua, pertanto, non può essere definita riducibile ai fini dell’art. 3 della Convenzione, essa vieta i trattamenti e le punizioni inumane e degradanti.

 

Di seguito, il Comunicato Stampa della Corte Costituzionale, in data 23.10.2019Reati ostativi: la mancata collaborazione con la giustizia non impedisce i permessi premio purché ci siano elementi che escludono collegamenti con la criminalità organizzata”.

https://www.cortecostituzionale.it/documenti/comunicatistampa/CC_CS_20191023170305.pdf