TRA CORRUZIONE PROPRIA E CORRUZIONE IMPROPRIA:

I RAPPORTI DI VENDITA DELLE ATTIVITÀ DISCREZIONALI

Corte di Cassazione, Sez. VI, n. 45184/2019, Pres. Di Stefano, Rel. Orlando

 

La Cassazione torna a tracciare la controversa linea di confine tra le due fattispecie di corruzione previste dal codice penale, ex art. 318 e 319, c.p., dopo le modifiche apportate dalla Legge Severino, Legge 190/2012.

La riforma del 2012 ha novellato l'art. 318, c.p., ricomprendendo tra le forme di compravendita ella funzione lo stabile asservimento del pubblico ufficiale il quale, dietro corrispettivo, si ponga genericamente a disposizione del privato in violazione dei doveri di imparzialità, onestà e vigilanza.Tale intervento ha perciò esteso il perimetro applicativo delle ipotesi corruttive, in precedenza incentrato unicamente sulla presenza di un atto conforme o contrario ai doveri d'ufficio come oggetto del pactum sceleris. Il baricentro del novellato art. 318, c.p. è adesso rappresentato dal "mero esercizio delle funzioni o dei poteri", a prescindere dal fatto che tale esercizio assuma carattere legittimo o illegittimo.

In seguito alle menzionate modifiche sulla corretta qualificazione giuridica della "vendita" della funzione amministrativa in ipotesi di attività discrezionale si fronteggiano due impostazioni.

Un primo orientamento ritiene che, anche in assenza di uno specifico atto contrario ai doveri d'ufficio, lo stabile asservimento del funzionario agli interessi del privato integri il più grave reato di corruzione propria, di cui all'art. 319, c.p.. Tale tesi, in premessa, sottolinea il maggior disvalore della condotta del pubblico ufficiale che ponga l'intera sua funzione e i suoi poteri al servizio del corruttore per un tempo prolungato, con contegni di infedeltà sistematici, rispetto alla condotta del pubblico ufficiale che, a fronte di denaro o di altra utilità compia un solo atto contrario ai doveri d'ufficio.

Sarebbe perciò del tutto irragionevole ricomprendere l'ipotesi dell'infedeltà sistematica nella più mite fattispecie di cui all'art. 318, c.p. Pertanto deve ritenersi integrato il delitto di corruzione propria, ex art. 319, c.p., nel caso in cui sia possibile individuare, oltre ad un rapporto di stabile asservimento, uno o più atti dell'ufficio, i quali anche se formalmente legittimi, si conformino nel realizzare l'interesse del privato. Infatti, anche in presenza di una attività discrezionale, deve ritenersi che il pubblico ufficiale stabilmente asservito eserciti i poteri discrezionali a lui spettanti in modo distorto, omettendo di procedere ad una imparziale equiparazione degli interessi e piegando la funzione pubblica alla realizzazione dell'interesse privato. 

La linea di demarcazione fra le due fattispecie è pertanto da individuare nella presenza di un atto, individuato o quantomeno individuabile, collegato sinallagmaticamente alla dazione, la cui individuazione risulta necessaria per la configurazione del più grave reato di corruzione propria. Si afferma così, inoltre, che l'art. 318, c.p., è da considerarsi reato di pericolo, a differenza dell'art. 319, c.p. che è reato di danno.