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SOTTRAZIONE FRAUDOLENTA AL
PAGAMENTO DELLE IMPOSTE: ELEMENTI COSTITUTIVI E LIMITI.

 

 

Cass. sent. 21 gennaio 2020, n. 6926

La questione trattata dalla Cassazione con la recente sentenza investe la questione se sia possibile procedere alla cessione di beni (nel caso di specie quote societarie) a seguito di una verifica fiscale avviata con un invito a presentarsi emesso dalla Guardia di Finanza.

Con la sentenza in esame, si passano in rassegna gli elementi costitutivi della fattispecie di cui all’art. 11 del d.lgs. n. 74/2000.

In tema di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte, gli atti dispositivi compiuti dall’obbligato, oggettivamente idonei ad eludere l’esecuzione esattoriale, hanno natura fraudolenta, ai sensi dell’art. 11 del d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74, allorquando, pur determinando un trasferimento effettivo del bene, siano connotati da elementi di inganno o di artificio, cioè da uno stratagemma tendente a sottrarre le garanzie patrimoniali all’esecuzione (Cass. pen. Sez. III, 2 marzo 2018, n. 29636).

L’art. 11 del d.lgs. n. 74/2000 («sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte») sanziona, nell'ipotesi di cui al comma 1, la condotta di chiunque, al fine di sottrarsi al pagamento di imposte sui redditi o sul valore aggiunto, ovvero di interessi o sanzioni amministrative relativi a dette imposte di ammontare complessivo superiore ad euro cinquantamila, aliena simulatamente o compie altri atti fraudolenti sui propri o su altrui beni idonei a rendere in tutto o in parte inefficace la procedura di riscossione coattiva, applicandosi una pena edittale più l’elevata laddove l’ammontare delle imposte, degli interessi e delle sanzioni, sia superiore a duecentomila euro.

Per la concretizzazione del reato è sufficiente che l'azione sia idonea a rendere inefficace, in tutto o in parte, l'esecuzione esattoriale; il delitto è infatti un reato di pericolo concreto.

La norma distingue chiaramente due diverse condotte: l'alienazione simulata e gli atti fraudolenti.

L’alienazione è simulata quando è finalizzata a creare una situazione giuridica apparente diversa da quella reale: quando il programma contrattuale non corrisponde deliberatamente in tutto (simulazione assoluta) o in parte (simulazione relativa) all’effettiva volontà dei contraenti.

Se invece il trasferimento del bene è effettivo, la condotta non può concretizzare l’atto simulato, ma deve essere valutato, esclusivamente quale possibile atto fraudolento.

Secondo la giurisprudenza, gli atti fraudolenti consistono in quei comportamenti che, quand’anche formalmente leciti, siano tuttavia connotati da elementi di inganno o di artificio, dovendosi cioè ravvisare l’esistenza di uno stratagemma tendente a sottrarre le garanzie patrimoniali all’esecuzione.

Ai fini della configurabilità del reato, non è sufficiente la semplice idoneità dell’atto a ostacolare l’azione di recupero del bene da parte dell’Erario, essendo invece necessario il compimento di atti che, nell'essere diretti a questo fine, si caratterizzino per la loro natura simulatoria o fraudolenta.

La necessità di individuare questo quid pluris nella condotta dell’agente è stata di recente sottolineata anche dalle Sezioni Unite (sentenza 21 dicembre 2017, n. 12213) che, nell’ambito di una più ampia riflessione sul concetto di atti simulati o fraudolenti di cui all’art. 388 c.p., norma il cui schema risulta richiamato dall’art. 11 del d. Igs. 74/2000, hanno affermato che sarebbe in contrasto con il principio di legalità una lettura della norma che facesse coincidere il requisito della natura fraudolenta degli atti con la loro mera idoneità alla riduzione delle garanzie del credito, per cui in quest’ottica può essere ritenuto penalmente rilevante solo un atto di disposizione del patrimonio che si caratterizzi per le modalità tipizzate dalla norma, non potendosi in definitiva far coincidere la natura simulata dell'alienazione o il carattere fraudolento degli atti con il fine di vulnerare le legittime aspettative dell’Erario (Cass. pen. Sez. III, sent. 16 maggio 2012, n. 25677). 

A tal fine non è sufficiente il mero rapporto di parentela fra cedente e cessionari nel trasferimento delle quote, in quanto occorre la verifica sulle vicende societarie e sull’esercizio in concreto dei diritti di socio.

Inoltre, la sussistenza della natura fraudolenta delle operazioni compiute non può essere ritenuta implicita nella sola idoneità degli atti a mettere in discussione la possibilità di recupero del credito da parte dell’Erario.

Ai fini della fraudolenza, rileva piuttosto se il prezzo corrisposto sia stato effettivo e/o aderente ai valori di mercato, così come l’eventuale compiacenza delle controparti negoziali. 

Per quanto la sequenza cronologica degli atti dispositivi compiuti dal contribuente possa deporre per una destinazione dei comportamenti negoziali al progressivo svuotamento del suo patrimonio, nella prospettiva delle ormai imminenti azioni esecutive dell’Erario, si ritiene che l’idoneità degli atti a eludere l’esecuzione esattoriale non può ritenersi di per sé sufficiente a riconoscere sia la natura ingannatoria o artificiosa degli atti, sia l’esistenza del dolo specifico richiesto dalla norma.

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