LA DIFFAMAZIONE TRAMITE FACEBOOK E L’ESTENSIONE DEL CONCETTO DI STAMPA

Cass. pen., Sez. V, ud. 14 novembre 2016 – dep. 1° febbraio 2017, n. 4873, Pres. Bruno, Rel. Scordamaglia, Ric. PM in proc. Manduca

 

Nella sentenza in epigrafe la Cassazione torna a pronunciarsi sulla questione se, a fronte della diffusione di un messaggio diffamatorio mediante l’uso di Facebook, il delitto di diffamazione debba ritenersi aggravato per effetto della circostanza prevista dall’art. 595 c.p., comma 3 (sub specie di offesa arrecata con un qualunque mezzo di pubblicità) oppure ai sensi dalla più incisiva previsione dell’art. 13, L. n. 47/1948 (diffamazione a mezzo stampa consistente nell’attribuzione di un fatto determinato).

 

Non ci soffermiamo unicamente sul contenuto della sentenza, ma ci occupiamo anche dei problemi principali che si aggrovigliano attorno a tale tema: il rapporto odierno tra Internet e la nozione di stampa, la mancanza di una definizione per l’informazione professionale, l’opportunità di un intervento del legislatore volto a estendere la nozione positivizzata del mezzo stampa.

 

Internet rappresenta oggi uno dei più diffusi strumenti di manifestazione del pensiero (art. 21 Cost.), profilo che ha portato la Corte di Cassazione ad estendere in alcune sentenze le conseguenze giuridiche previste dall’ordinamento al ricorrere del “mezzo di stampa” (sul punto si v. nn. 35511/10 e 44126/11). Infatti, l’art. 1, L. 47/1948, che considera “stampe” o “stampati” tutte le riproduzioni tipografiche, potrebbe essere equiparato alla “diffusione in rete” e ciò andrebbe a incidere sul contenuto dell’aggravante prevista dall’art. 13 della stessa legge comportandone un adeguamento, allorché un fatto determinato sia stato attribuito alla persona offesa come nella vicenda oggetto della sentenza in epigrafe.

L’obiezione avanzata dalla Corte a questo ragionamento, in linea di continuità con la soluzione adottata dalle Sezioni Unite nella sent. 31022/2015, è quella di affermare l’ammissibilità di un’interpretazione evolutiva e costituzionalmente orientata del termine “stampa” che porti ad estendere alle testate giornalistiche telematiche le norme previste per quelle tradizionali di formato cartaceo, chiarendo però anche che tale operazione ermeneutica non può riguardare tutti i nuovi mezzi informatici e telematici di manifestazione del pensiero, bensì solo quelli che emettono informazioni professionali e non “spontanee”.

È pur vero, d’altra parte, che a tutt’oggi manca, sia nella legislazione ordinaria sia in Costituzione, una definizione di informazione professionale che ne definisca i confini. Inoltre, social network, blog e forum sono diventati strumenti volti alla formazione dell’opinione pubblica perché ampiamente letti e visitati e ciò solleva dei problemi in ambito di sequestro preventivo, così com ampiamente rilevato dalla Suprema Corte, inter alia, nella sent. 12536/2016. In aggiunta, la “diffusione in rete” è tale da coinvolgere e raggiungere una quantità tendenzialmente indeterminata di persone, nonché ambiti sociali allargati e concentrici (ben più dello stampato tradizionale), e pertanto, da cagionare un più intenso danno alla persona offesa.

 

È chiaro che stampa e social network non sono la stessa cosa, tanto che i confini da ridisegnare riguardano pur sempre ma la nozione di “stampa” e solo di riflesso la responsabilità penale per l’uso dei social network. Ciò non toglie che sarebbe opportuno, anzi necessario un intervento del legislatore e una sua presa di posizione su tale tema di politica-criminale, anceh per consentire il superamento della frattura giurisprudenziale venutasi a creare negli ultimi anni. Un tentativo che, nella scorsa legislatura e in quella corrente, continua a riaffiorare (a tal proposito: C. 4714/2011; C. 5482/2012; C. 5490/2012; C. 5495/2012; S. 3202/2012; S. 3491/2012; S. 3492/2012; S. 3509/2012; Dossier del Servizio Studi sull’ A.S. n. 1119, n. 81/2013).